L’Istruttoria pubblica per il
superamento dell’handicap
Comune di Bologna
CAD
(Coordinamento Associazioni Disabili)
Coordinatrice
dott.ssa Fiammetta Colapaoli
Il
CAD, Comitato delle Associazioni disabili, è nato sul finire dello scorso anno
per creare sinergie e condivisione tra le Associazioni che a livello provinciale
si occupano di disabilità.
Sono
quindici le Associazioni che ogni due settimane si riuniscono tramite i loro
rappresentanti per condurre analisi e proposte.
Nel
prendere atto delle Finalità dell’Istruttoria, ribadite anche dal Presidente
del Consiglio Comunale, Gianni Sofri, e dalla Vicesindaco Scaramuzzino, che
ringrazio per il loro intervento, ci siamo interrogati sugli esiti delle
precedenti Istruttorie, quella del
1986 e del 1996.
Se
l’istruttoria è finalizzata a migliorare la qualità della vita delle persone
disabili, che cosa è cambiato dal 1986 a Bologna?
Dai
cahiers de doléances delle Associazioni che ci hanno preceduto e dalle
richieste avanzate ci pare che il giudizio sul lavoro fatto non sia lusinghiero.
Così come ci è sembrato che forse, anche forzando le modalità proprie
dell’Istruttoria, si sarebbero potuti fornire dati, cifre e informare dei
progetti realizzati.
Noi,
infatti, riteniamo che è dai dati che si deve partire per una programmazione
sui temi che interessano le persone con handicap, una programmazione non
estemporanea ma che affronti le vere criticità.
E
da questa Istruttoria, ascoltando attentamente, e qui mi sento di ringraziare
– consentitemi la vena polemica – i pochi consiglieri presenti nella seduta
del 17 e in quella di oggi, nonché tutti gli addetti ai lavori che hanno
partecipato alle due giornate con un vero intento di confronto- sono tre i temi
emersi, quello:
Per
l’accessibilità e la mobilità altre Associazioni sono intervenute anche
nella giornata del 17, proponendo soluzioni e dando obiettivi di breve-medio
termine.
Io,
dunque, a nome del CAD voglio proporre un’analisi del bisogno più urgente che
di qui ai prossimi dieci anni dovrà
essere affrontato con politiche lungimiranti che si pongano nell’ottica
dell’inclusione e della pari dignità sancita dalle leggi nazionali ed
internazionali.
Il
problema che sottopongo alla vostra attenzione nei minuti rimanenti è quello
della residenzialità, una residenzialità che deve offrire ai soggetti disabili
soluzioni personalizzate e tali da garantire, anche quando la famiglia non ci
sia più, il rispetto della persona disabile.
Attraverso
le cifre e l’analisi diacronica cercherò di dimostrare che quello della
residenzialità sarà la vera emergenza per gli anni futuri.
Le
Associazioni dei disabili che operano sul territorio, consapevoli di questa
emergenza, hanno già da un lustro iniziato a lavorare su questo tema,
proponendo ed affermando come modalità d’approccio al problema, i week end
dei giovani e il week end dell’autonomia.
E’
la consapevolezza della fragilità delle persone disabili, è il rispetto delle
persone a noi care, è la conoscenza del carico abnorme delle famiglie che ci
porta a credere che il Dopo di Noi deve essere affrontato nel Mentre noi.
Il
distacco dalle famiglie di provenienza è preparato per le persone normodotate
con cura e in tempi adeguati. Il distacco dalla famiglia di una persona disabile
deve richiedere per lo meno altrettanta cura, anche e soprattutto in
considerazione che questo distacco non è voluto, ma imposto dalle circostanze.
Con
i wek end, le Associazioni, le cooperative e le Fondazioni preparano le persone
disabili ad un graduale distacco dagli affetti familiari, all’inserimento in
un gruppo amicale, all’implementazione delle autonomie.
L’ultimo
ragionamento riguarda la dimensione del fenomeno. Tralasciando la dimensione
regionale, ricordo solo che sono 173.000 i disabili di età superiore ai 6 anni
e che 41.000 sono le persone disabili in età lavorativa; a Bologna, secondo i
dati forniti dal dott. Salsi dell’A.USL di Bologna relativi al 2006, sono
2.500 gli utenti in carico al servizio; tralasciando i 1.090 interventi
educativi che riguardano i ragazzi in età scolare, ci soffermiamo su quegli
utenti che per età propria e dei famigliari necessitano di strutture adeguate
per il Dopo di Noi. Perché se è vero che le strutture residenziali possono
garantire livelli di assistenza adeguati al 62% dei disabili con il 100% di
invalidità, quali strutture devono essere create per il 38% dei disabili che
dopo l’inserimento scolastico ha goduto dei vantaggi della L.68 lavorando e
dell’inclusione sociale?
Ad
oggi mancano soluzioni gestite, o almeno governate dall’Ente pubblico. A
Bologna vi è rispetto al Distretto di Casalecchio un buon numero di
appartamenti protetti, ma questi sono per lo più gestiti da Enti privati. Il
Comune di Bologna dovrà affrontare a dir poco le esigenze abitative di quei 406
utenti, accolti tramite l’A.USl e le cooperative che hanno in appalto il
servizio, nei Centri diurni; queste
406 persone rappresentano solo la punta di un iceberg.
E
stato il dottor Salsi a dire che in tema di residenzialità bisogna superare due
criticità:
Abbiamo
apprezzato la positività del progetto presentato da CADIAE e gestito unitamente
ad EPTA e a Legacoop, riguardante le problematiche dei disabili anziani, ma, a
nostro avviso, prima del modello, occorre prioritariamente:
Vista
la struttura del paese Italia, assai difforme da quella di quei Paesi che
assicurano l’indipendenza dalla famiglia a diciotto anni anche ai ragazzi
disabili, i problemi residenziali delle persone non autosufficienti possono
essere risolti solo con il superamento di tutti gli attuali sprechi, sprechi che
si realizzano con i vari passaggi che le deleghe comportano e con una gestione
partecipata che coinvolga direttamente Comuni, A.USL, Cooperative e Associazioni
di volontariato.
Credo
che vi sia una consapevolezza diffusa sul fatto che gli appartamenti protetti
che vi sono a Bologna e che sono gestiti da privati non potrebbero garantire
livelli adeguati di assistenza, se non vi fosse l’apporto del volontariato,
che nonostante tutto continua crescere nel nostro Paese.
Gli
ultimi minuti voglio dedicarli ad illustrare una Buona prassi, perché è su
queste che bisogna poter contare.
A
Zola Predosa, grazie alla collaborazione tra il Comune e l’Associazione
territoriale di cui faccio parte, si è passati, dopo il lavoro preparatorio
seguito alla stipula di una Convenzione,
ad un’analisi quantitativa delle necessità del territorio. Dalla mappatura
effettuata risulta che in questo paese della cintura bolognese il 42% delle
persone adulte disabili vive con un solo genitore di età superiore ai 65 anni,
mentre il 20% è rappresentato da disabili adulti con due genitori di età
superiore ai 65 anni. Il 16% non ha genitori, ma solo l’11% vive nell’unica
struttura residenziale del territorio. Più del 60%, dunque, dei disabili adulti
nei prossimi anni dovrà trovare nel territorio risposte alla domanda di una
residenzialità a bassa intensità di protezione.
Per
una programmazione seria sulle necessità collegate al Dopo Noi occorre che
un’analisi siffatta sia condotta a livello provinciale e regionale, a meno che
non ci sia qualcuno che pensi che il problema della residenzialità delle
persone disabili solo parzialmente non autosufficienti possa essere risolto
ancora una volta individualmente dalle famiglie, magari fidando nei bassi costi
delle badanti.