Quale termine per l’integrazione?

 

Fiammetta Colapaoli

 

Il linguaggio in tutti i contesti umani si evolve; ogni anno si creano decine di nuovo vocaboli, mentre altri desueti, anche se non vengono eliminati dai vocabolari, cessano di essere usati. La digressione che segue non è oziosa o capziosa ma vuole, attraverso una disamina storica dei termini usati per designare le persone con disabilità, dar conto dell’evoluzione che si è determinata da quando, duemila anni, fa i Romani gettavano i bambini nati deformi o menomati dalla rupe Tarpea.

Il termine handicap, mutuato dall’inglese e dalla condizione di svantaggio che veniva imposta ai fantini troppo bravi, quando fu coniato ebbe una valenza positiva e andò a sostituire i termini fino ad allora usati di minorato o invalido, entrambi derivanti dal latino.

 

In latino i termini infirmus, imbecillus indicano una menomazione di valore o a livello fisico o mentale. Nella lingua italiana a partire dal XIV secolo si afferma, per chi è menomato nelle facoltà fisiche o psichiche il termine minorato – participio passato del verbo minorare, rendere minore.

Il dizionario italiano dà al termine minorato due valenze:

1.                  menomato, leso nelle facoltà psichiche

2.                  spregiativo come insulto, stupido, sciocco, ritardato,   subnormale.

 

D’altra parte anche il termine invalido, che abbiamo già visto derivare dal latino, ha un significante negativo che deriva dal prefisso in - un suffisso che posto prima di un sostantivo, dà una valenza di mancanza, sottrazione.

 

La Legge 118/71, che creò le premesse della L.517, e che ha sancito il diritto ai disabili a servizi vitali quali: scuola, riabilitazione, assistenza, usava ancora i termini di “ mutilati ed invalidi che non siano autosufficienti”.

 

Sei anno dopo con la Legge 517/77 si afferma il termine portatore d’handicap che viene usato anche nella Legge 104/92.

 

E’ negli anni ottanta, tuttavia, che accanto al termine handicap compare a livello internazionale il sostantivo disabile.

Le Nazioni Unite dedicano, per la prima volta un intero anno, il 1981, alle persone disabili; nel 1982, con la risoluzione 37/52 viene adottato dall’Assemblea generale dell’ONU il Programma di azione mondiale riguardante le persone disabili.

La celebrazione dell’anno dedicato alle persone disabili ed il World programme hanno dato un grande contributo alle rivendicazioni tese a sottolineare il diritto delle persone con disabilità a godere delle stesse opportunità degli altri cittadini, e a partecipare con uguali opportunità al miglioramento della qualità della vita determinato dallo sviluppo sociale ed economico.

Il termine handicap venne da allora ad indicare la relazione tra lo svantaggio creato dall’ambiente e la persona disabile.

L’Organizzazione mondiale per la salute con la Classificazione Internazionali dei danni, Disabilità ed handicap ha cercato di mettere ordine nell’uso dei termini e i diversi significanti delle tre parole hanno seguitato a convivere, anche se sono in molti a vedere, che il termine handicap rimanda ad un significante troppo legato all’individuo e non tiene in sufficiente conto il contesto sociale e i diritti di uguaglianza a cui ha diritto la persona disabile.

Del resto così recita l’art.26 - Titolo terzo- della Costituzione Europea – I diritti-:

“L’Unione riconosce e rispetta il diritto dei disabili di beneficiare di misure intese a garantirne l’autonomia, l’inserimento sociale e professionale e la partecipazione alla vita della comunità”.

 

Del resto il 3 dicembre si celebra la Giornata delle persone disabili, non quelle dei portatori d’handicap.

 

Del resto il termine handicappato, così come quello di minorato, ha assunto oggi una valenza negativa, tanto che tutti i dizionari al punto b) rimandano al significante spregiativo: imbranato, tonto.

 

L’integrazione scolastica, la Legge 517 e la stessa L.104 hanno le loro radici a Bologna, sarebbe, dunque, estremamente significativo e segno di un processo che guarda avanti, se nell’Accordo di programma della provincia di Bologna si sostituisse al termine alunno in situazione di handicap il termine alunno disabile, così come è avvenuto per gli accordi di programma delle province che lo hanno rinnovato recentemente.

 

Negli ultimi anni le difficoltà di bilancio ed una politica non certo progressista hanno fatto correre dei seri pericoli all’integrazione scolastica e a tutte le norme di inclusione sociale, ed è proprio per questo che è quanto mai necessario che da Bologna parta un’indicazione volta al futuro e non al passato.

 

 

 

Nota: L’Accordo di programma applicativo della L.104/92 non è stato ancora approvato in via definitiva, ma il Comitato tecnico incaricato della stesura ha già deciso di sostituire il termine alunno in situazione di handicap con quello di alunno con disabilità.